Il potere legislativo sta traslocando sempre più velocemente dalle camere al governo, e ogni nuovo governo fa segnare un record. L’82% di leggi fatte dal governo Renzi supera le percentuali di Letta e ancor di più quelle con le quali si è chiusa la legislatura precedente (durante la quale, calcolo di OpenPolis, il 74% delle leggi è stato di iniziativa governativa). Due sono i veicoli con i quali lo spostamento si compie: il decreto legge e la fiducia.
Lo strumento previsto in Costituzione per «casi straordinari di necessità e urgenza», viene in realtà utilizzato per leggi che non hanno nulla di straordinarietà, ne tanto meno di urgenza. Alcuni casi: finanza locale, scuola, competitività, ospedali psichiatrici, stupefacenti, uffici giudiziari, stadi, concessioni autostradali...
Lo strumento non è certo nuovo: previsto nei regolamenti dagli anni Settanta è esploso al tempo del secondo governo Berlusconi soprattutto per controllare la maggioranza, e così è stato sempre utilizzato. Ma non era ancora diventato il mezzo prevalente di approvazione di una legge.
L'ex presidente della Repubblica Napolitano è intervenuto contro l’abuso di decreti e fiducie dal 2008 praticamente ogni anno, per richiamare diversi governi; negli ultimi due anni non ha più affrontato l’argomento. Renzi ha persino recuperato l’antico precedente (1986) della fiducia in negativo, usandolo per bloccare un emendamento. E ha messo la fiducia anche su una legge delega, il jobs act al senato.
È andata così: il governo ha chiesto di essere delegato a cambiare lo statuto dei lavoratori. La commissione del senato ha proposto di circoscrivere l’ambito della delega, per avvicinarla a quello che prevede la Costituzione (art. 76, «determinazione di principi e criteri direttivi»). Il governo ha insistito per avere una delega in bianco, non ha citato nel testo l’articolo 18 ma premier e ministri hanno chiarito l’intenzione, il lavoro del senato è stato azzerato e imposta la fiducia. E così, malgrado si stia parlando di un caposaldo del diritto del lavoro nella Repubblica fondata sul lavoro, i parlamentari non hanno avuto alcuna possibilità di intervento.
Nel caso della riforma della Costituzione il governo ha assunto direttamente l’iniziativa (cambiando 44 articoli su 139). Accanto ai grandi temi come la sostituzione di una camera eletta dai cittadini con una selezionata dalle élite territoriali di partito, la proposta contiene una novità per limitare l'azione delle opposizioni. Si tratta del cosiddetto voto a data certa: l’esecutivo potrà imporre al parlamento di votare entro 60 giorni (o meno) un testo considerato essenziale per l’attuazione del programma (ci butteranno dentro qualsiasi cosa), facendo decadere tutti gli emendamenti approvati nel frattempo. Lo strumento non sostituisce, ma affianca i decreti legge.
Il voto a data certa è previsto anche nella bozza di nuovo regolamento della camera, dove non viene introdotta alcuna limitazione agli strumenti di cui oggi si abusa. Al contrario il nuovo regolamento toglie molto spazio di manovra alle opposizioni, cancellando in un colpo solo i classici metodi di ostruzionismo come gli ordini del giorno in caso di fiducia e il dibattito sul processo verbale. Eppure, con le regole attuali e anche oltre le regole, il filibustering è già addomesticato, prova ne sia l’approvazione al senato proprio della riforma costituzionale, quando il presidente Grasso per favorire il governo si assegnò un potere non previsto per abbattere a migliaia gli emendamenti delle opposizioni.